I riders delle piattaforme digitali tra sfruttamento e tutele inesistenti

Quello dei riders, anche noti come platform workers,è un tema che ha acquisito di recente una rilevanza via via crescente a causa degli interrogativi che si ricollegano a tale ambito da un punto di vista lavoristico e penalistico.

Il riferimento è a coloro che eseguono la propria prestazione attraverso una piattaforma (app) che fornisce loro direttive su come e quando lavorare. Tali prestazioni lavorative rientrano nella più ampia gig economy, espressione utilizzata per indicare il fenomeno in cui l’interazione tra domanda e offerta viene svolta, come nel caso di specie, mediante l’ausilio di una piattaforma digitale, lasciando tutta una serie di interrogativi circa una opportuna e corretta qualificazione di tali forme lavorative.

L’espressione gig economy non è nient’altro che una sofisticazione linguistica per camuffare forme antiche di sfruttamento1. Si voleva richiamare il mondo degli spettacoli degli anni ’20 e, più in particolare, le prestazioni lavorative di quegli intrattenitori che si esibivano in diverse occasioni senza aver alcun impegno a lungo termine con i gruppi organizzatori di tali eventi. Si trattava di individui veramente autonomi contrariamente ai gig workers di oggi, vincolati ad effettuare consegne per grosse imprese che dettano i tempi di lavoro e dalle quale dipendono completamente per condurre un’esistenza che definire dignitosa sarebbe operazione azzardata.

Il problema ha radici risalenti nel tempo: a partire dagli ultimi anni dello scorso secolo si è assistito ad una proliferazione incontrollata di un numero ingente di figure contrattuali atipiche, in ossequio all’esigenza di maggiore flessibilità richiesta dalla tendenza politico-economica del tempo, con conseguente erosione degli ambiti riservati al lavoro subordinato ed eliminazione delle tutele ad esso collegato. Ciò è stato prontamente colto dall’ILO che ha evidenziato in un suo report come le normative lavoristiche finalizzate a garantire una maggiore flessibilità dei mercati del lavoro hanno determinato “one of the worst forms of labour market failure”2.

Conseguenza logica di ciò, in virtù di quanto detto, è che questo processo di “flessibilizzazione” va a svantaggio dei lavoratori comportando un assottigliamento del labile confine tra valorizzazione delle competenze e sfruttamento3. In casi come questi, infatti, gli impieghi lavorativi non solo non consentono ai lavoratori di fuoriuscire dalla condizione di povertà, come del resto confermato dall’aumento del numero dei lavoratori poveri (working poors), ma lasciano gli stessi impiegati privi di qualsiasi tutela giuridica. Questo per via della tendenza a mascherare tali rapporti lavorativi a carattere subordinato configurandoli come lavoro autonomo in modo da ridurre i costi salariali4, abbattere gli onori contributivi o introdurre modalità di pagamento a cottimo5.

Dunque, si è creata una nuova categoria di lavoratori, i platform workers richiamati all’inizio, “non protetti” che si ritrovano in situazione di particolare vulnerabilità, per l’assenza di tutele, spinti ad accettare condizioni lavorative a ribasso e non tutelabili dall’ art. 603-bis c.p.. Infatti, non si può configurare, nel caso di specie, alcuno sfruttamento lavorativo dal momento che gli elementi costitutivi del richiamato illecito penale non hanno rilevanza con riguardo ai riders: la mancata fruizione delle ferie, del riposo settimanale, la congruità dell’orario lavorativo, l’adeguatezza del salario o della sicurezza sociale sono problemi che non si pongono dal momento che tali diritti e tutele non sono minimamente previsti nei loro confronti. Si tratta di una forma di sfruttamento perfettamente legale che approfitta di quelli che sono i buchi normativi del nostro sistema giuridico6.

Per ovviare a questo inconveniente il legislatore italiano è intervenuto, con riferimento a coloro che operano mediante piattaforme digitali e ai lavoratori autonomi prevalentemente personali, con l’art. 2, comma 1 del d.lgs. n. 81 del 2015 prevedendo per tali soggetti l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato. Parimenti, nel 2019, è stato introdotto l’art. 47-bis, dal d.l. n. 101 del 2019, che ha previsto per i riders, definiti lavoratori autonomi, l’applicazione di tutele minime7.

Va però evidenziato come vi sia un problema di coordinamento normativo: l’art. 47-bis, comma 2 nella parte in cui prevede il potere della piattaforma di determinare le modalità esecutive della prestazione si sovrappone con l’art. 2, comma 1 e anche con l’art. 2094 c.c. che disciplina l’etero-direzione. Ora, dal momento che non è certamente condivisibile la teoria secondo la quale l’art 47-bis è una norma apparente, è opportuno considerare il criterio della continuità-occasionalità della prestazione: per i riders che prestano la propria opera in maniera continuativa la normativa di riferimento sarà l’art. 2, comma 1, mentre quelli che la prestano occasionalmente vedranno applicarsi gli artt. 47, comma 2-bis e ss.8.

Per concludere, per quel che concerne il panorama europeo, le Corti costituzionali di diversi paesi sono concordi nel qualificare la prestazione dei riders come rapporti di lavoro rientranti nella disciplina del lavoro subordinato. Per tale motivo sorprende la posizione assunta dai giudici europei della Corte di giustizia che, nel pronunciarsi sulla nozione di worker ai sensi dell’applicazione del diritto comunitario, stabiliscono che la direttiva n. 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 4 novembre 2003 debba essere interpretata in modo da escludere la possibilità di qualificare il lavoratore come subordinato al ricorrere di determinate circostanze.

Infatti, secondo l’interpretazione della direttiva fornita dalla Corte di Giustizia europea, il lavoratore formalmente autonomo dovrà essere considerato tale se è a lui concesso il potere discrezionale: 1) di avvalersi di subappaltatori o sostituti per eseguire il servizio che si è impegnato a fornire; 2) di accettare o non accettare i vari incarichi dal suo presunto datore di lavoro o fissare unilateralmente il numero massimo di essi; 3) di fornire i propri servizi a terzi, inclusi i diretti concorrenti del presunto datore di lavoro; 4) di determinare le proprie ore di lavoro entro determinati specifici parametri conformati alle proprie esigenze piuttosto che a quelle del presunto datore di lavoro9.

L’autore Gianluca Cirillo garantisce l’autenticità del contributo, fatti salvi i riferimenti agli scritti redatti da terzi. Gli stessi sono riportati nei limiti di quanto consentito dalla legge sul diritto d’autore e vengono elencati di seguito. Ai sensi della normativa ISO 3297:2017, la pubblicazione si identifica con l’International Standard Serial Number 2785-2695 assegnato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche.

1) Crouch C., Se il lavoro fa gig, trad. it., Bologna, 2019, p. 10.

2) ILO, A global alliance against forced labour. Global Report under the Follow-up to the ILO declaration of Fundamental Principles and Rights at Work, Geneve, 2005, 64.

3) Merlo A., Il contrasto allo sfruttamento del lavoro e al “caporalato” dai braccianti ai riders. La fattispecie dell’art. 603 bis c.p. e il ruolo del diritto penale, Giappichelli, 2020, p. 23.

4) Gallino L., Vite rinviate. Lo scandalo del lavoro precario, Laterza, 2014, p. 13.

5) Somma A., Introduzione. Lavoro alla spina, welfare à la carte, in AA. VV., Introduzione. Lavoro alla spina, welfare à la carte. Lavoro e stato sociale ai tempi della gig economy, a cura di Somma A., Milano, 2019, p. 17.

6) Merlo A., op. cit., pp. 29 ss.

7) Santoro-Passarelli G., I riders nella giurisprudenza italiana, nelle sentenze delle Corti Supreme di taluni paesi europei e nella ordinanza Yodel della Corte di giustizia, in Studi in memoria di Massimo Roccella, a cura di Aimo M, Fenoglio A., Izzi D., Torino, 2021, p. 644.

8) Cfr. Perulli A., Il diritto del lavoro “oltre la subordinazione “: le collaborazioni etero-organizzate e le tutele minime per i riders autonomi, in WP CSDLE “Massimo D’Antona”.IT – 410/2020, p. 60. 9) Santoro-Passarelli G., op. cit., p. 650.