La tensione istituzionale tra Stati Uniti e Cuba: un consuntivo delle tappe focali

Era il 1959 quando Fidel Castro, suo fratello Raul, Ernesto “Che” Guevara e Camilo Cienfuegos entrarono trionfanti a L’Avana: la rivoluzione castrista aveva vinto e non era passata inosservata all’occhio del Cremlino; i rapporti con Washington non sarebbero più stati gli stessi. Negli anni successivi Fidel Castro dà il via a una serie di riforme e nazionalizzazioni che colpiscono gli Stati Uniti per poi legare sempre di più l’economia dell’isola all’Unione Sovietica, la quale vedeva nell’isola caraibica un perfetto alleato nel “cortile di casa” del nemico americano. La reazione degli Stati Uniti non si fece attendere: nel 1961 le relazioni diplomatiche tra Cuba e L’Avana furono interrotte e, un anno dopo, il presidente John F. Kennedy, con il Proclama 3447, proibì ogni tipo di relazione commerciale, economica e finanziaria con l’isola caraibica. L’embargo, passato alla storia come el bloqueo, rappresenta il punto di non ritorno nell’interruzione dei rapporti tra i due paesi. Nel 1962 anno Cuba fu teatro e arena di uno dei momenti di maggior tensione della guerra fredda: la crisi dei missili. Era il 14 ottobre quando un aereo spia americano U2 fotografò le prove della costruzione di una base missilistica sovietica in territorio cubano, che avrebbe dato al Cremlino la possibilità di attaccare Washington da vicino e con precisione, scongiurando l’elaborazione di un’eventuale risposta. Due giorni dopo le foto vennero mostrate al presidente statunitense John F. Kennedy, il quale decise di imporre un blocco navale, chiamato “quarantena”, al fine di impedire il transito di armi e altro materiale bellico1. Il 27 ottobre Castro inviò a Kruscev una missiva, ricordata con il nome di “lettera dell’Armageddon”, con la quale il leader cubano richiedeva l’intervento sovietico con un attacco nucleare in risposta all’invasione statunitense dell’isola; ipotesi ormai sempre meno remota. La sera di quello stesso giorno, invece, si giunse a un accordo: gli Stati Uniti avrebbero rimosso segretamente i loro missili nucleari da Turchia e Italia; l’Unione Sovietica avrebbe fatto altrettanto, pubblicamente, con i missili installati a Cuba e, inoltre, avrebbe accettato delle ispezioni ONU sull’isola. Il patto di non invasione a cui si giunse non fu mai reso formale. Negli anni 1962-1963 l’amministrazione Kennedy ha più volte attaccato Cuba in diversi modi: dagli attacchi alle navi che trasportavano beni da e per l’isola (hit-and-run raids) all’istigazione dei cubani ad attaccare i militari sovietici presenti sull’isola, dal tentativo di abbassare il prezzo dello zucchero per colpire Cuba alla crescente esclusione della stessa dal Fondo Monetario Internazionale2. Nel gennaio del 1963 il presidente Kennedy affermò che gli Stati Uniti avrebbero potuto usare Cuba allo stesso modo in cui la Russia aveva usato Berlino, rendendola così un ostaggio diplomatico, e che «acting against Cuba might be a more satisfactory response than a nuclear response»3. Gli anni ’70, poi, avrebbero fatto luce su quello che fu l’atteggiamento della presidenza statunitense nei confronti della persona di Fidel Castro: l’amministrazione Kennedy, insieme alla CIA, si rese autrice di diversi tentativi di assassinio del leader cubano servendosi della mafia italo-americana. I mesi successivi all’assassinio del presidente Kennedy, con la conseguente ascesa alla presidenza del vicepresidente Lyndon Johnson, furono caratterizzati da una nuova corsa agli armamenti e da nuove restrizioni per l’isola in risposta all’invio di armi cubane ai ribelli venezuelani. Nel frattempo, i rapporti tra Castro e Kruscev non erano dei migliori: il leader cubano, preoccupato dall’escalation bellica degli Stati Uniti, chiese un aiuto da parte del Cremlino, come l’incremento della brigata sovietica rimasta sull’isola dopo la crisi dei missili o l’inclusione di Cuba nel patto di Varsavia; le sue richieste rimasero però inesaudite4. Negli anni dell’amministrazione Johnson (1963-1969) e Nixon (1969-1974) i rapporti con l’isola rimasero sommariamente gli stessi. La dottrina Mann del 1964 includeva tra i suoi punti principali l’opposizione al comunismo senza alcuna riserva, ricorrendo a governi militari dittatoriali; diversamente, il governo Nixon anziché ricorrere alla forza militare puntò a debilitare i governi marxisti attaccandone l’economia locale e incoraggiando le opposizioni e le fazioni militari con orientamenti golpisti5. L’unica iniziativa in favore dei cubani fu attuata da Lyndon Johnson nel 1966, quando approvò la cosiddetta Ley de Ajuste Cubano – o Cuban Adjustment Act (CAA).  La legge creava una sorta di via preferenziale per i cubani: se questi fossero entrati negli Stati Uniti dopo il 1959 o vi rimanevano per non meno di un anno potevano ricevere la condizione di residente permanente; così facendo, nel 1966 circa 300.000 cubani furono ammessi negli Stati Uniti. Una parziale normalizzazione dei rapporti tra Washington e L’Avana fu avviata dal successore di Nixon, il presidente Gerald Ford, il quale nel 1975 votò a favore della risoluzione adottata a San Josè che rimuoveva le sanzioni dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) contro Cuba. Il decisivo punto di svolta si ebbe, però, con l’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti del democratico Jimmy Carter, nel 1977. La sua politica latino-americana si basava su due punti fondamentali: il principio di non intervento – a meno che non fosse in pericolo la sicurezza statunitense – e l’opposizione a regimi dittatoriali colpevoli di non rispettare i diritti umani, proprio quei regimi di cui si erano servite le amministrazioni precedenti. Riallacciare i rapporti tra Washington e L’Avana era negli interessi di entrambi i leader: il presidente Carter avrebbe chiesto a Castro di diminuire la partecipazione militare in Africa e di non interferire negli affari interni dell’America centrale; da parte sua il leader cubano vedeva in questo riavvicinamento una via d’uscita per la crisi economica che stava affrontando l’isola. Il punto più alto si raggiunse quando furono create nelle due capitali reciproche “agenzie di interesse”, che però non furono mai elevate al rango di ambasciate e, ad ogni modo, non rappresentarono la ripresa delle relazioni diplomatiche tra i due paesi6. Fu proprio la crisi economica, però, a portare a gravi contrasti interni, i quali scatenarono uno degli eventi che più mise a rischio la riconciliazione tra i due paesi, ovvero quello che è passato alla storia come “l’esodo di Mariel”. Tra il 15 aprile e il 31 ottobre 1980, su autorizzazione di Fidel Castro, 125.000 cubani si imbarcarono dal porto di Mariel, a Cuba, diretti verso il sud della Florida. Il presidente Jimmy Carter non potè far altro che accoglierli, per poi accorgersi che gran parte degli esuli erano criminali rilasciati dalle prigioni o dagli ospedali psichiatrici dell’isola. Castro si servì di quest’esodo massiccio per liberarsi dei cosiddetti “indesiderabili” – con le parole di Thomas Reston, portavoce del governo degli Stati Uniti: “What you have is not a rational process. What you have is Castro’s solution to the problem7; dall’altra parte, l’episodio minò l’immagine dell’amministrazione statunitense che fu giudicata impreparata a gestire l’alto numero dei rifugiati (Nocera, 2009). L’ipotetica distensione che aveva preso piede tra Washington e L’Avana si arrestò definitivamente quando il regime castrista si rifiutò di ridurre l’intervento nei conflitti africani8. Un anno dopo, nel 1981, prende posto alla Casa Bianca il repubblicano Ronald Wilson Reagan. La sua campagna elettorale non lasciava dubbi: la nuova presidenza sarebbe stata caratterizzata dalla lotta al comunismo e all’Unione Sovietica – che definì “l’impero del male” – per ridare agli Stati Uniti lo storico ruolo di superpotenza. La politica latino-americana di Reagan andò nella direzione esattamente opposta a quella del suo predecessore Jimmy Carter: smise di predicare il rispetto dei diritti umani, riprese a dare aiuto diplomatico e militare ai regimi dittatoriali, si scagliò contro i guerriglieri centroamericani, etichettandoli tutti, indistintamente, come marxisti e, soprattutto, riprese lo storico scontro con l’isola di Cuba, identificandola come minaccia ideologica e militare9. Tale politica passò alla storia come “dottrina Reagan” e si articolava in due fasi: la prima, corrispondente al primo mandato del presidente, combinava il potenziamento atomico del paese e il sostegno ai governi che combattevano il comunismo, specialmente in Asia, Africa e America centrale (un esempio è l’Afghanistan); la seconda fase può, invece, essere definita come più distensiva, in quanto il leader statunitense cercò e ottenne un dialogo con l’allora segretario del partito comunista Mikhail Gorbaciov. La lotta al comunismo e all’“Impero del male” incluse inevitabilmente Cuba, considerata un surrogato dell’Unione Sovietica che non faceva altro che alimentare le rivoluzioni dell’America centrale. Nel 1982 Ronald Reagan impose nuove restrizioni sia ai cittadini statunitensi che avessero voluto viaggiare verso l’isola che all’import cubano, per poi arrivare a dichiarare, un anno dopo, che il patto del 1962 tra Washington e il Cremlino – che comprendeva la non invasione di Cuba – era stato abrogato10. Negli anni successivi si verificarono una serie di botta e risposta tra Reagan e Castro: alla sospensione dell’ingresso sull’isola per i cubani che vivevano negli Stati Uniti equivaleva una restrizione per i cubani che avessero voluto entrare negli USA, alle accuse di violazione dei diritti umani rivolte a Castrocorrispondeva l’accostamento tra Reagan e Adolf Hitler11; l’apice dello scontro tra i due paesi si raggiunse nel 1982, quando il presidente statunitense incluse L’Avana nella lista dei paesi terroristi a causa del suo appoggio ai gruppi militanti di sinistra in America centrale e in Africa. Il cambio di rotta avvenne negli anni successivi: i due paesi iniziarono a collaborare nel campo della politica estera – i rappresentanti degli Stati Uniti e di Cuba, insieme a quelli di Angola e Sudafrica si sarebbero incontrati a Londra per trovare una soluzione ai conflitti regionali in Africa meridionale – e ripristinarono l’accordo sull’immigrazione originariamente firmato nel 1984; secondo le nuove condizioni, ogni anno potevano emigrare legalmente negli Stati Uniti fino a 27.000 cubani, mentre Cuba avrebbe fatto rientrare un massimo di 2.600 cubani considerati tra gli “indesiderabili”12.  La distensione dei rapporti tra Washington e L’Avana andava di pari passo al sottile riavvicinamento tra Stati Uniti e Unione Sovietica: circa 24 anni dopo il celebre “Ich bin ein Berliner” di John F. Kennedy, il 12 giugno 1987 il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, davanti alla porta di Brandeburgo, concluse il suo discorso rivolgendosi al segretario generale del partito comunista sovietico con un preciso invito: “Mr. Gorbaciov, tear down this wall!”.

L’autrice Chiara Cannalire garantisce l’autenticità del contributo, fatte salve le citazioni di scritti redatti da terzi. Le stesse sono riportate nei limiti di quanto consentito dalla legge sul diritto d’autore e vengono elencate di seguito. Pertanto, l’Autrice è l’unica responsabile dell’eventuale violazione commessa con l’opera in merito ai diritti di terzi.

1) De Luca, D. La crisi dei missili a Cuba. Il Post, 2012.

2) Rabe, S. After the Missiles of October: John F. Kennedy and Cuba, November 1962 to November 1963. Presidential Studies Quarterly, 2000, pag. 714-726.

3) Notes of Kennedy’s remarks at the 508th meeting of the NSC. FRUS, vol. 11, pag. 668-69, 1963.

4) Furiati, C.; Belardinelli, A. L.; Mori, O. La storia mi assolverà: Vita di Fidel Castro: una biografia consentita. Milano: Il saggiatore, 2010.

5) Nocera, R.  Le nuove relazioni tra Stati Uniti e America Latina. Ventunesimo Secolo, 2012.

6) Nocera, R. Stati Uniti e America Latina dal 1823 a oggi. Carocci, 2009.

7) Ahmed, S. Cuban foreign policy unger Castro.Pakistan Horizon, 1980.

8) Platt, T.  The United States, Cuba, And the New Cold War. Social Justice., 1988.