Giulio Regeni: dalla responsabilità internazionale alla “grande commessa” dell’Egitto

La responsabilità dell’illecito internazionale dell’Egitto, in riferimento al “caso Regeni”, deriva innanzitutto dalla violazione dell’obbligo di protezione, come sancito dal principio consuetudinario in tema di trattamento degli stranieri. Secondo tale principio, lo Stato (nella fattispecie l’Egitto) avrebbe dovuto predisporre misure idonee atte a prevenire ed a reprimere le offese contro la persona od i beni dello straniero1. Misure che però non sono state intraprese, considerando il sequestro e la tortura ed infine la morte del ricercatore italiano2. In secondo luogo, l’illecito deriverebbe anche dalla violazione di due atti internazionali ratificati dall’Egitto, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti3 e la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli del 28 giugno 1981, che difatti hanno ampliato la norma consuetudinaria sopra citata aggravando la posizione dello Stato4. Esso, infatti non ha garantito la prevenzione e lo scoraggiamento di tali tipi di condotte, mediante un apparato legislativo ed amministrativo funzionante ed effettivo, ma ha lasciato che i suoi servizi segreti adottassero una condotta per niente “confacente” a quella prescritta dalle norme internazionali. Difatti, l’art.12 della Convenzione contro la tortura non sembra sia stato ottemperato, in quanto prevede che “le autorità competenti procedano immediatamente ad un’inchiesta imparziale ogni qualvolta vi siano ragionevoli motivi di credere che un atto di tortura sia stato commesso in un territorio sotto la sua giurisdizione5. Un imperativo giuridico e procedurale per niente obbedito se si considerano i numerosi depistaggi ed ostruzionismi, oltre alla raccolta di prove non tempestiva, posti in essere per impedire la ricerca della verità sulla morte di Giulio ed ottenere così giustizia6. Il motivo per il quale la comunità internazionale non si sia ancora mossa con un’azione legale va rintracciata nel rifiuto della clausola opzionale da parte del Cairo, la quale attribuisce il potere agli Stati ratificanti di poter lamentare una violazione della Convenzione contro la tortura e di chiedere pertanto al Comitato di iniziare un’indagine apposita7.

Dopo tre anni di lavoro, il 30 novembre la Commissione parlamentare d’inchiesta ha approvato all’unanimità la relazione sulla morte del giovane ricercatore italiano, dove si riporta che la “mancata comunicazione egiziana del domicilio degli imputati, nonostante gli sforzi diplomatici profusi al fine di conseguirla, non si risolve che nella mera “fuga dal processo”, la quale sembra costituire un’ammissione di colpevolezza di un regime che sembra aver considerato la cooperazione giudiziaria alla stregua di uno strumento dilatorio finalizzato a recuperare il precedente livello delle relazioni bilaterali  e non di certo  la via maestra per assicurare alla giustizia gli assassini”8. Inoltre, aggiunge la Commissione, “se nei primi due anni alcuni risultati sono stati faticosamente e parzialmente raggiunti, anche in virtù dell’intransigenza mantenuta dall’Italia, negli anni successivi non sono venute dal Cairo altro che parole a livello politico, mentre la magistratura si è chiusa a riccio in un arroccamento non solo ostruzionistico ma apertamente ostile e lesivo sia del lavoro svolto dagli inquirenti italiani che dell’immagine del giovane ricercatore, verso cui lo stesso presidente Al-Sisi aveva usato un tono ben diverso9. Altro aspetto molto rilevante, è la precisazione della Commissione sullo status internazionale dell’Italia, che ha fino a questo momento seguito la “via della cooperazione giudiziaria” ed ha avuto il consenso da parte dell’organo collegiale permanente ad insistere in tale direzione nonostante un sempre “più chiaro boicottaggio egiziano che la retorica pronunciata negli incontri internazionali non può più celare […] ma a livello politico è giunta l’ora di richiamare l’Egitto alle sue responsabilità”10.

Egitto: dall’ostruzionismo giuridico-internazionale agli accordi commerciali

Paradossalmente, l’Egitto resta nella “Top 15” dei primi venticinque paesi destinatari di esportazione di materiale d’armamento italiano, in applicazione della Legge 185/90, anche dopo i casi Regeni e Zaki11. Specificatamente, tale legge prevede da un lato, un sistema di autorizzazioni che dovrebbero essere concesse a diversi soggetti, alla ditta che vuole eseguire l’export, alle imprese estere destinatarie (esclusivamente quelle autorizzate dai loro governi) ed il rilascio del Certificato di Uso Finale (CUF), rilasciato dal Governo destinatario, attestando che il materiale esportato non sarà riesportato. Dall’altro lato, tale legge vieta l’esportazione di armamenti verso diversi Paesi: quelli in conflitto armato, Paesi la cui politica sia in contrasto con l’art.11 della Costituzione italiana, Paesi sotto embargo parziale o totale delle forniture belliche, Stati responsabili di accertate gravi violazioni delle Convenzioni sui diritti umani ed anche quelli destinatari di aiuti italiani, i quali destinano al proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di difesa del Paese stesso12. Il report diffuso dalla Rete Italiana per il Disarmo e Rete per la Pace evidenzia come soltanto il lasso temporale 2010-2018 registri da solo il 45% di un trentennio di export militare (dal 1990 al 2018). Dato che evidenzia come negli ultimi anni ci sia stato un ragguardevole incremento dell’export della produzione militare: se nei primi venticinque anni di applicazione della L. 185/90 le armi “made in Italy” vendute ai Paesi non appartenenti all’UE od alla Nato erano il 50,3%, invece nel 2019, si è osservato un incremento del 5,7% per un valore di 24,8 miliardi di euro. In particolare, al nono posto della top 25 dei Paesi destinatari, vi ritroviamo l’Egitto, la cui spesa nel 2019 è stata pari a 871,7€ miliardi13.

All’indomani della vendita delle due fregate militari Fremm all’Egitto (di fatto in violazione della legge 185/90) i genitori del giovane ricercatore ucciso, Claudio e Paola Regeni, hanno annunciato che avrebbero presentato una denuncia contro il governo italiano14. Una decisione che sarebbe scaturita soprattutto dalle dichiarazioni della procura generale del Cairo, la quale oltre a respingere la richiesta della procura di Roma di fornire il domicilio dei quattro agenti della National Security, in quanto “immotivata” e “basata su false conclusioni illogiche”, ha affermato che il comportamento di Giulio “non era consono al suo ruolo di ricercatore”. Non è pertanto casuale che la dichiarazione del Cairo sia stata fatta soltanto dopo la consegna alla Marina militare della prima delle due fregate militari Fremm, affare noto come “commessa del secolo” (di circa 9 miliardi), avvenuta il 23 dicembre 2020, presso i cantieri del Muggiano a La Spezia, che renderà l’Egitto il principale acquirente dei sistemi militari “made in Italy15. In questo contesto, si annovera una positiva presa di posizione unitaria dei sindacati Cgil, Cisl ed Uil, che hanno formalizzato la propria adesione alla mobilitazione nazionale “Stop Armi Egitto”, il cui obiettivo è quello di ottenere “verità e giustizia” per Giulio Regeni e “libertà e giustizia” per Patrick Zaky, in aggiunta alla sospensione della vendita delle armi all’Egitto16. Significativa novità su tale tema è la risoluzione del Parlamento europeo del 17 dicembre scorso, poiché in essa tale istituzione chiede agli Stati membri di dare seguito alle conclusioni del Consiglio degli Affari Esteri del 21 agosto 2013 sull’Egitto, in cui si annunciava “la sospensione delle licenze di esportazione di qualsiasi attrezzatura che potrebbe essere utilizzata a fini di repressione interna”. Ed in aggiunta a ciò, ha invitato gli Stati membri a sospendere tutti gli export di armi, tecnologie di sorveglianza ed altre attrezzature simili verso lo Stato in questione ed al contempo, controllare quelle esportazioni “di beni che potrebbero essere usati per fini repressivi o per infliggere torture o la pena capitale”17.

L’autrice Rita Granata garantisce l’autenticità del contributo, fatte salve le citazioni di scritti redatti da terzi. Le stesse sono riportate nei limiti di quanto consentito dalla legge sul diritto d’autore e vengono elencate di seguito. Ai sensi della normativa ISO 3297:2017, la pubblicazione in serie viene identificata con l’International standard serial number ISSN 2785-2695 assegnato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche.

1) Proposta di risoluzione comune”. Testo ufficiale, europar.europa.eu, 18 dicembre 2021;

2)Conforti, B. “Diritto internazionale”. Napoli: Editoriale scientifica. Decima edizione, 2012;

3)Ibidem;

4) Dirittointernazionaleincivica. Adottata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1984;

5)Dirittointrnazionaleincivica.”Il caso Regeni: cenni di diritto internazionale”. WordPress.com, 6020;

6)Ibidem;

7)Ibidem;

8) Dirittointernazionaleincivica. Adottata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1984;

9)”Caso Regeni, “fuga da processo è ammissione di colpevolezza Egitto”. Adnkronos.com, dicembre 2021;

10)Ibidem;

11)Ibidem;

12)Vignarca, F; Beretta,G.; Simoncelli, M. “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento“. Rete Italiana per il Disarmo e Rete della Pace, luglio 2020;

13) Ibidem;

14)Ibidem;

15) “Fregate all’Egitto, i genitori di Giulio Regeni: “Denunciamo l’Italia per vendita di armi a Paesi che violano i diritti umani”. Ilfattoquotidiano.it, gennaio 2021;

16) Beretta, G. “Armi all’Egitto: l’Italia continua a venderle, ma manca collaborazione per Regeni”. Osservatoriodiritti.it, gennaio 2021;

17) Ibidem.