Le radici del programma nucleare nordcoreano e le reazioni degli Stati Uniti

La questione nucleare nordcoreana è un problema che tormenta la comunità internazionale da ormai circa 40 anni. La minaccia di una catastrofe nucleare ha rappresentato un enorme grattacapo per i vari presidenti statunitensi che si sono succeduti durante quest’arco di tempo e che tramite diversi approcci e varie strategie hanno cercato di portare la stabilità e la pace nella Penisola Coreana. Ma da dove arriva la necessità di Pyongyang di creare il suo programma nucleare?

La radice del nucleare nordcoreano: perché nasce il programma?

La decisione del regime nordcoreano di sviluppare un proprio programma nucleare ebbe origine dal senso di insicurezza che provò Kim Il Sung nel vedere il generale Eisenhower minacciare di concludere la guerra di Corea (1950-1953) con l’utilizzo della bomba atomica1.

I timori del dittatore aumentarono quando gli alleati di Stati Uniti ed Unione Sovietica cominciarono a ricevere il sostegno delle due superpotenze per lo sviluppo di programmi nucleari a fini pacifici. Queste circostanze fecero sì che nel 1952 venne fondato l’Istituto per la ricerca sull’energia atomica, istituto che aveva come obbiettivo principale lo studio degli isotopi al fine di sviluppare il settore agricolo e quello industriale; quattro anni dopo invece furono firmati degli accordi con l’Unione Sovietica per accrescere la cooperazione nucleare a fini pacifici. L’installazione, da parte degli Stati Uniti, di alcune testate nucleari nel 1958 nella vicina Corea del Sud portò il regime nordcoreano a sviluppare un nuovo programma nucleare incentrato soprattutto sulla formazione e la ricerca di base; inoltre, si intensificarono i rapporti con l’URSS, dalla quale la RPDC ricevette un piccolo reattore di ricerca che fu collocato a Yongbyon e messo in funzione nel 19672.

Sul finire degli anni Settanta il governo nordcoreano gettò via la maschera, e iniziò a lavorare per sviluppare un programma che non si limitasse alla produzione di energia nucleare a fini pacifici, ma bensì che fosse in grado di creare delle armi nucleari; scelta differente fu fatta dalla Corea del Sud, che decise di non sviluppare un programma nucleare autonomo, ma di rifugiarsi sotto l’ombrello statunitense3.

Dato che Pyongyang stava iniziando ad usare il nucleare a fini bellici, nel 1974 la RPDC entrò a far parte della I.A.E.A. (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), e nel 1977 firmò l’Accordo relativo alle clausole di salvaguardia, così facendo l’I.A.E.A. era in grado di monitorare il reattore di Yongbyon e la fornitura di combustibile. Tra il 1975 e il 1979 la Corea del Nord riuscì ad avere degli scienziati presenti nell’ufficio principale dell’I.A.E.A. situato a Ginevra, scienziati che avevano il fondamentale compito di travasare delle informazioni dall’agenzia, facendo sì che la Corea del Nord acquisisse il know how necessario per costruire un reattore nucleare4.

Il fatto che la RPDC avesse intenti poco pacifici con lo sviluppo del proprio programma nucleare fu messo ancor più sotto la luce del sole quando, nel 1980 riuscì a costruire un nuovo reattore nucleare che era in grado di costruire delle armi al plutonio.

L’espansione del programma nucleare e le prime reazioni statunitensi

Negli anni successivi la Corea del Nord fece molti passi in avanti nello sviluppo del proprio programma nucleare, il quale sembrava sempre meno interessato a fini pacifici. Tra il 1986 e il 1987 infatti, Pyongyang mise in funzione un reattore moderato a grafite da 5 megawatt che fu situato a Yongbyon5; il reattore era capace di produrre abbastanza uranio da poter costruire un ordigno nucleare.

Per espandere ulteriormente il proprio programma nucleare, il regime nordcoreano provò ad ottenere dei reattori ad acqua leggera, e per ottenerli chiese aiuto all’Unione Sovietica. Condizione necessaria per ottenere l’aiuto sovietico era l’entrata della RPDC nel Trattato di Non Proliferazione, trattato che fu ratificato dalla Corea del Nord nel 1986, ma senza firmare le clausole di salvaguardia con l’I.A.E.A., requisito necessario per gli stati membri.

Grazie ai grandi passi effettuati negli anni Ottanta nel campo dell’energia nucleare, a partire dai primi anni Novanta, la Corea del Nord fu in grado di completare l’intero ciclo del combustibile nucleare utilizzando i materiali prodotti nel sito di Yongbyon. Questo continuo avanzare della RPDC nel campo dell’energia nucleare iniziò a far suonare più di qualche campanello d’allarme a Washington, che nel 1988, tramite i suoi satelliti riuscì a visionare gli incredibili progressi del reattore di Yongbyon, il quale sembrava sempre più pronto a fabbricare armi nucleari.

La storica strategia statunitense di mirare all’isolamento della Corea del Nord non aveva chiaramente funzionato, dato che il regime nordcoreano aveva raggiunto il suo obbiettivo di creazione prima, ed espansione poi, di un proprio programma nucleare. Questa presa di coscienza portò il presidente Bush a cercare il dialogo e il negoziato con la RPDC per convincerla di abbandonare l’idea dello sviluppo del programma nucleare e cercare di normalizzare i rapporti con la Casa Bianca.

I rapporti con l’amministrazione G. H Bush

La scoperta del reattore nucleare di Yongbyon da parte degli Stati Uniti creò un certo malessere anche di Mosca e Pechino, le quali furono portate a spingere Pyongyang a firmare le clausole di salvaguardia con la I.A.E.A., che avrebbe dato così il via libera alle ispezioni dei propri siti nucleari6.

Per fronteggiare la questione del nucleare nordcoreano, nel 1988 l’amministrazione Reagan decise di aprire un dialogo diretto con il regime nordcoreano, inaugurando una serie d’incontri che si sarebbero svolti a Pechino. L’amministrazione Reagan sembrava usare una strategia d’attesa, aspettando le mosse della RPDC, strategia che fu chiamata “modest initiative7. Con l’insediamento dell’amministrazione Bush, gli Stati Uniti mantennero lo stesso modus operandi dell’amministrazione precedente. In seguito ad un’esplosione avvenuta a Yongbyon nel 1990, fu chiaro che ormai la Corea del Nord fosse in grado di detonare un ordigno nucleare, e quindi l’amministrazione Bush decise di prendere l’iniziativa.

A giocare un ruolo fondamentale nelle relazioni tra Stati Uniti e Corea del Nord vi era, ovviamente, la Corea del Sud, storica alleata americana, e data la sua posizione geografica, imminente bersaglio delle mire espansionistiche nordcoreane. Durante un suo viaggio a Washington nel 1990 il Presidente sudcoreano Roh Tae Woo rese pubblica la sua preoccupazione riguardante il comportamento della Corea del Nord; gli Stati Uniti decisero di non aprire un confronto diretto col regime nordcoreano, ma preferirono tranquillizzare Pyongyang. La strategia americana sembrava chiara: non apparire una minaccia agli occhi della Corea del Nord.

Stati Uniti e Corea del Sud cominciarono a lavorare in sinergia per normalizzare i rapporti con la Corea del Nord col fine di spingere il regime a firmare le clausole di salvaguardia con la I.A.E.A. Durante il 1990, per provare a distendere i rapporti con la RPDC, l’amministrazione Bush attenuò l’embargo verso la Corea del Nord, permettendo l’invio di $1.2 miliardi in export alla Corea del Nord, che consistevano principalmente in cibo e forniture mediche8. Nell’Ottobre del 1990, Richard Solomon (assistente segretario di Stato per gli affari dell’Asia Orientale e del Pacifico) dichiarò di essere molto soddisfatto delle risposte della Corea del Nord alle iniziative statunitensi; la strategia americana sembrava funzionare, così anche i successivi step avrebbero seguito questo modus operandi.

Lo sviluppo di un programma nucleare autonomo dipendeva, come detto in precedenza, dal continuo senso di timore che provava la Corea del Nord nei confronti degli Stati Uniti. Questa sensazione di paura era ancor più amplificata dalla presenza di testate nucleari statunitensi nella confinante Corea del Sud; per normalizzare i rapporti con la RPDC sembrava necessario, da parte degli Stati Uniti, ritirare queste testate nucleari dal suolo coreano.

Già dall’inizio del 1990 l’idea di effettuare il ritiro delle testate nucleari aveva accarezzato l’amministrazione Bush, ma per vari motivi, come l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq il 2 agosto del 1990, per citarne uno, avevano fatto rimandare i piani. Ma l’ostacolo più grande si rivelò la Corea del Sud; infatti, negli incontri avvenuti alla Casa Bianca il 2 e il 3 luglio del 1991, il Presidente Roh riuscì a convincere il Presidente Bush a defilarsi, e lasciare che fosse la Corea del Sud, e non gli Stati Uniti, a giocare un ruolo di primaria importanza nel negoziato con la Corea del Nord sulle questioni legate al nucleare. Inoltre, Roh riuscì ad ottenere la parola del Segretario di Stato Baker per una piena consultazione prima di qualsiasi tipo di ritiro delle testate nucleari.

La consultazione tra i due Paesi ebbe luogo ad Honolulu il 7 agosto del 1991; gli Stati Uniti rimasero fedeli alla loro linea, e dichiararono alla Corea del Sud che il ritiro delle testate nucleari statunitensi avrebbe rappresentato un valido motivo per la Corea del Nord per smettere di produrre energia nucleare a scopo bellico. Il ritiro delle testate nucleari fu annunciato dal Presidente Bush il 27 settembre del 1991: la rimozione di armi e basi nucleari dalla Corea del Sud avrebbe dovuto rappresentare per la Corea del Nord un incentivo a firmare le clausole di salvaguardia con l’I.A.E.A. e permettere dunque delle ispezioni di sicurezza da parte dei tecnici dell’agenzia.

Quasi incalzata dalla strategia adottata dagli Stati Uniti nel negoziare sulla questione del nucleare, Pyongyang fiutò la possibilità di ricevere ulteriori vantaggi, e decise di portare avanti alcune richieste; una di queste fu la cancellazione dell’esercitazione congiunta del 1992 tra Stati Uniti e Corea del Sud, chiamata Team Spirit, che avrebbe avuto luogo in Corea9. Nonostante che l’esercitazione Team Spirit, la quale prendeva luogo annualmente dal 1976, per gli Stati Uniti non rappresentasse altro che una semplice routine, essa per la Corea del Nord rappresentava una grave minaccia per la sicurezza nazionale. Restando coerenti con la strategia della rassicurazione nucleare, gli Stati Uniti erano propensi alla cancellazione, anche per motivi di budget, dell’esercitazione, ma, come per il ritiro delle testate nucleari, dovettero affrontare la resistenza della Corea del Sud, la quale non voleva lasciarsi sfuggire tanto facilmente uno strumento da utilizzare per tenere sotto tiro Pyongyang. Per tranquillizzare gli alleati sudcoreani, gli Stati Uniti decisero di ritirare delle truppe americane dal territorio coreano solo nel caso in cui la Corea del Nord avesse dimostrato di fare nei passi indietro nella sua corsa agli armamenti nucleari. Per un certo lasso di tempo gli Stati Uniti si defilarono e lasciarono la Corea del Sud a negoziare direttamente con la RPDC.

I negoziati sull’utilizzo del nucleare tra Corea del Nord e Corea del Sud diedero i loro frutti: il 31 dicembre fu concluso il “Joint Declaration on the Denuclearization of the Korean Peninsula”, che verrà poi ratificato il 20 gennaio del 1992. L’accordo prevedeva che i due Stati si impegnassero a “non testare, produrre, ricevere, possedere, immagazzinare, impiegare o usare armi nucleari10”. Inoltre, quando il Presidente Bush visitò Seoul il 6 gennaio, notò che la posizione della Corea del Sud in merito alla cancellazione del Team Spirit si era ammorbidita, e che anzi, c’erano stati dei progressi nei negoziati tra le due parti11. Fu del giorno dopo la notizia che la Corea del Sud avesse deciso di sospendere il Team Spirit, e nello stesso giorno il portavoce del Ministro degli Esteri nordcoreano annunciò che la Corea del Nord avrebbe firmato le sue clausole di salvaguardia con l’I.A.E.A. in un futuro prossimo; firma che arrivò il 30 gennaio del 1992, che permise così ai tecnici dell’agenzia di poter ispezionare i siti nucleari nordcoreani.

La diplomazia dell’amministrazione Bush sembrò funzionare; la strategia di rassicurare la Corea del Nord in un primo momento si rivelò efficace, infatti eliminando ogni minaccia, Pyongyang non avrebbe avuto nulla da cui difendersi, e di conseguenza avrebbe potuto fermare la sua corsa agli armamenti nucleari. Prima di lasciare lo studio ovale a Bill Clinton, il Presidente Bush nonostante fosse molto cauto, sembrò essere relativamente ottimista, infatti, scrisse che nonostante la Corea del Nord non fosse ancora del tutto disponibile a collaborare, essa avevo almeno firmato l’accordo con le clausole di salvaguardia con l’IAEA12.

 Questa diplomazia si rivelò però fallimentare, infatti i risultati delle ispezioni dei tecnici dell’IAEA fecero storcere il naso e resero vano l’ottimismo di Bush; raggiungere risultati concreti coi negoziati con la Corea del Nord si sarebbe rivelato un lavoro molto complesso.

L’autore Gennaro Coppola garantisce l’autenticità del contributo, fatte salve le citazioni di scritti redatti da terzi. Le stesse sono riportate nei limiti di quanto consentito dalla legge sul diritto d’autore e vengono elencate di seguito. Pertanto, l’Autore è l’unico responsabile dell’eventuale violazione commessa con l’opera in merito ai diritti di terzi.

1) Barkofsky Axel, Frassineti Francesca, Approfondimento ISPI sulla sfida nordcoreana agli equilibri internazionali: La minaccia non convenzionale di Pyongyang., febbraio 2018.

2) Ibidem  

3) Ibidem

4) Wakefield Bryce, Hathaway Robert M. , Wilson Center, Revisiting History: North Korea and Nuclear Weapons. 3 novembre 2010.

5) Ibidem

6) Sigal Leon V., Disarming Strangers: Nuclear Diplomacy with North Korea, The Bush Deadlock Machine. Princeton  niversity,1998.

7) Ibidem

8) Ibidem

9) Ibidem

10) Joint Declaration of the Denuclearization of the Korean Peninsula. 20 gennaio 1992.

11) Ibidem

12) Bush G.H, National Security Strategy of the United States, Nonproliferation, 13 gennaio 1993