Le sfide e le opportunità per la governance artica nel ventunesimo secolo

L’artico è una regione che ha rappresentato all’inizio del XXI secolo la transizione dal modello di confronto tra due superpotenze al sistema di cooperazione multipolare sia dei paesi regionali che extra-regionali per raggiungere la pace e la stabilità della regione. Quando la guerra fredda ha lasciato il posto al nuovo ordine mondiale nei primi anni Novanta, gli alleati della Nato e della Russia hanno iniziato a smantellare gran parte della loro struttura militare. La regione è diventata una piattaforma per lo sviluppo e la cooperazione multilaterale, alla quale partecipavano e partecipano stati artici e non artici, più diverse organizzazioni multilivello come il Consiglio Artico e il consiglio Euro-artico di Barents1. Basti pensare che nel 2008, Russia, Stai Uniti, Norvegia e Danimarca, in una riunione dei ministri degli esteri hanno affermato che “non c’è bisogno di sviluppare un regime giuridico globale per governare l’Oceano Artico” impegnandosi a risolvere pacificamente le dispute territoriali e ponendo l’enfasi sulla cooperazione in tema di ricerca, salvaguardia e tutela della regione artica, data la sua importanza ambientale ed ecologica2. Ciò comporta che la presenza fisica e la proprietà delle infrastrutture stanno diventando dei vettori di influenza, dove Stati Uniti, Russia e Cina competono attivamente nell’artico per sfruttare risorse energetiche e minerarie sviluppare le infrastrutture, ma soprattutto competono per l’Artico, al fine di avere  accesso marittimo ed economico nella regione.

L’Artico è la regione che più di tutte sente il peso del cambiamento climatico. Il ghiaccio in Groenlandia si sta sciogliendo a un ritmo sempre più rapido. Si stima che la Groenlandia stia perdendo tra i 200 e i 250 mld di tonnellate di ghiaccio all’anno nel nuovo millennio, rispetto ai 50 miliardi degli anni Novanta. Il National Snow and Ice Data Center riferisce che se lo stato di ghiaccio della Groenlandia si sciogliesse completamente il livello del mare si alzerebbe di 6 metri a livello globale. Questo comporterebbe conseguenze per dozzine di città nel mondo e diverse centinaia di milioni di persone3. Lo scioglimento dei ghiacciai apre nel medio-lungo termine le tre principali rotte artiche: il Passaggio a Nord Est (NEP), il passaggio a Nord Ovest (NWP) il passaggio Transpolare (TPP). La prima, conosciuta anche come rotta marittima settentrionale, è tutta racchiusa nelle acque della zona economica esclusiva (ZEE) della Federazione Russa e si estende per 2600 miglia nautiche. Essa è attualmente la rotta più veloce e rappresenta un importante linea di connessione che lega i due Oceani. Mosca considera questa rotta come storicamente di propria appartenenza e impone dei requisiti per tutte le navi straniere che la attraversano (pagare una tassa qualora la si attraversi, dare quarantacinque giorni di preavviso ed essere scortati da una rompighiaccio russa). La seconda rotta, il passaggio a Nord-Ovest, si estende sul versante opposto dell’Oceano Artico, ed è lunga circa 3.000 miglia nautiche e rappresenta, a causa dello scioglimento dei ghiacciai, nel futuro prossimo la possibilità di tracciare una rotta alternativa al canale di Panama congiungendo l’Asia dell’Est alle coste Orientali del continente Nord-Americano. Infine, probabilmente la più ambita in prospettiva (Pechino mira soprattutto a questa rotta in quanto è al di fuori di ogni giurisdizione degli stati costieri) è la rotta trans-polare che date le sue 2.300 miglia collega lo stretto di Bering alle isole Svalbard. Seppur la più esposta alle intemperie dei mari e dei ghiacciai, non a caso possono soltanto attraversarla le navi rompighiaccio, in futuro potrà costituire il collegamento più breve fra i due oceani.

Ulteriore questione che ha accentuato l’appetito delle maggiori potenze è dovuta alle risorse presenti nel sottosuolo dell’oceano artico e in Groenlandia. L’agenza scientifica del governo degli Stati Uniti, la Us Geologycal Survey, in un suo report del 2007, ha stimato che l’artico ha circa il 13 % del petrolio e il 30 % delle riserve di gas naturale ancora da scoprire a livello globale. Russia e Cina hanno mostrato un interesse diretto nei progetti artici di estrazione di gas naturale al fine di diversificare le fonti energetiche. Di conseguenza gli Stati Uniti si oppongono ai progetti energetici che rischiano di aumentare la dipendenza dai combustili russi, minacciando sanzioni contro chi partecipi al progetto North Stream. Inoltre, la Groenlandia detiene un quarto delle terre rare nel mondo rendendola un’alternativa al monopolio cinese di questi minerali strategici. E’ interessante osservare come all’ultima tornata elettorale in Groenlandia abbia vinto il partito ambientalista indipendentista Inuit Ataqatigiit, battendo il partito di governo Siumut, e conquistando per la prima la maggioranza in parlamento dal 1979. La vittoria del partito ambientalista avrà ripercussioni geopolitiche importanti, in quanto l’ex partito di governo aveva lasciato il nulla osta definitivo alla società australiana Greenland Minerals and Energy per il progetto minerario Kvanefjeld, che secondo le stime sarebbe diventato il secondo giacimento di metalli rari più grande al mondo4. Dinnanzi a questa potenziale competizione fra le maggiori potenze, la sfida negli anni a venire sarà stabilire di chi sarà l’Artico, chi potrà appellarsi a diritti storici e chi invece dovrà trovare il suo spazio a suon di investimenti, o legittimando la sua influenza attraverso missioni esplorative, istituti di ricerca e cooperazioni fra istituti scientifici. La regione artica, data la sua peculiarità fisica, non è assoggettabile alla sovranità di alcuno stato sollevando problemi di non facile soluzione. Rispetto alla regione Antartica dove le pretese degli stati sovrani sono regolate dal Trattato di Washington del 1959, nell’Artide vigono le norme internazionali sul diritto del mare sancite dalla Convenzione delle Nazioni Unite (Unclos) del 1982. Essa stabilisce il diritto di ogni stato di stabilire l’ampiezza del proprio mare territoriale entro le 12 miglia nautiche a partire dalle linee di base. Inoltre, nella parte V, nell’art. 56 afferma che “ogni stato costiero ha diritti sovrani ai fini di esplorazione e dello sfruttamento, della conservazione e della gestione delle risorse naturali, delle acque sovrastanti il fondo del mare e del suo sottosuolo” mentre l’articolo 57 afferma che “la zona economica esclusiva non si estende oltre le 200 miglia nautiche dalla linea di base da cui si misura la larghezza del mare territoriale”5. Quindi, la definizione di status giuridico delle regioni polari è divenuta, pertanto una questione di primaria importanza, in relazione alle avanzate pretese di sovranità su vaste aree di queste terre da parte di taluni stati che possono definirsi “rivendicanti”.

Nonostante le Nazioni Unite e la diplomazia multi-bilaterale siano i fora principali per la discussione delle controversie territoriali e marittime, negli ultimi anni il Consiglio Artico ha giocato un ruolo per certi versi sorprendente nella governance della regione, soprattutto alla luce del fatto che non si tratta di una vera e propria organizzazione internazionale ma di un semplice forum intergovernativo pensato originariamente per affrontare la questione dello sviluppo sostenibile nelle acque polari. Fondata nel 1996 dagli stati che affacciano nell’Oceano, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti d’America (che rappresentano l’Alaska) e Svezia e Canada, essa è stata una organizzazione in grado di mantenere la cooperazione su una serie di questioni cruciali attraverso i suoi gruppi di lavoro e una serie di task force e gruppi di esperti. Nella sua sfera gli stati hanno firmato tre accordi giuridicamente vincolanti in materia di ricerca e salvataggio (2011), prevenzione delle fuoriuscite di petrolio (2013) e cooperazione scientifica internazionale artica (2017). Si sostiene che la componente chiave di questo successo sia stata l’esclusione delle questioni di sicurezza militare dal mandato del Consiglio Artico6. Appare tuttavia improbabile che a causa dei ghiotti interessi delle maggiori potenze, che il principale forum della ragione non sia chiamato a ridefinirsi e porre al centro della sua attenzione anche le questioni militari.

L’autore Matteo Mauro garantisce l’autenticità del contributo, fatte salve le citazioni di scritti redatti da terzi. Le stesse sono riportate nei limiti di quanto consentito dalla legge sul diritto d’autore e vengono elencate di seguito. Pertanto, l’Autore è l’unico responsabile dell’eventuale violazione commessa con l’opera in merito ai diritti di terzi.

1) Townsend, J. Kendall-Taylor A. Back to the Future: The Origins of Great-Power Competition in the Arctic. Center for a New American Security, 2021, pp. 3–6;

2) The Illusat Declaration. Illusat, 29 maggio 2008;

3) Soare, S. Arctic stress test: Great Power Competition and Euro-Atlantic Defence in the High North. European Union Institute for Security Studies (EUISS), 2020;

4) De Luca A. Groenlandia: elezioni e geopolitica. Ispionline.it, aprile 2021;

5) United Nations.Convention on the Law of the Sea. Montego Bay, 1982.

6) Klimenko, E. The Geopolitics of a changing Artic. Stockholm International Peace Research Institute, 2019.